Intervento di restauro

Il recente intervento di restauro a cura di Nicola Ghiaroni ha interessato le prime due cappelle entrando dalla piazza antistante la facciata: la Cappella del Battistero, affacciata sulla navata laterale sinistra e la Cappella del Crocifisso, sulla navata destra.

Il restauro si è reso necessario per contrastare il diffuso degrado generale, dovuto principalmente alle infiltrazioni che negli anni hanno provocato distacchi, dilavamenti e alterazioni cromatiche, oltre che un’evidente sedimentazione di depositi salini soprattutto in prossimità del colmo e dell’area centrale delle volte.

Il lavoro condotto dal restauratore tiene sempre in considerazione l’apporto e il contributo delle fonti, non può prescindere da una esamina attenta della documentazione libraria e archivistica; esso concorre al quadro storico con l’apporto non di ipotesi, ma di prove documentarie. Per difetto, la vocazione al recupero di beni culturali può indurre talune volte alla retrodatazione, ma guidati da un impulso tendente alla valorizzazione temporale si incorre nel rischio di eccedere verso la dimensione del valore aggiunto.

Nell’ottica del ripristino funzionale dei valori originari di un manufatto entrano in gioco dunque molteplici fattori fuorvianti, i quali potrebbero danneggiare e altrettanto indurre a scelte metodologiche “irreversibili”. Sulla natura e l’impiego di questo termine a volte abusato, forse vale la pena soffermarsi a riflettere e non obliarne il senso, in un’ottica ontologica del restauro storico e dell’artefice che opera sul bene. Ci si chiede dunque come si possa operare condizionati da una visione storica a priori; o meglio, come è praticato un percorso di metodo conservativo che interpreta il dato mancante?

Notoriamente uno storico inquadra il periodo e non prescinde dall’assenza del documento che ne attesti l’epoca, così il fattore della vicinanza alla consultazione del materiale storico equivale al rapporto che l’operatore del restauro ha verso la materia. Talune volte invece la percezione visiva, se allontanata dalla materia, ci priva di un riscontro obbiettivo, tant’è che la prassi di aprire i cantieri ad operatori culturali nel corso dei lavori va diffondendosi progressivamente. In certi casi si è arrivati a non smontare il cantiere subito e a renderlo indispensabile  alla completa fruizione del pubblico dell’arte, oppure mantenendone l’allestimento anche a lavori ultimati. In questo senso fa scuola il ponteggio e il relativo percorso di avvicinamento alla cupola affrescata nella chiesa di S. Carlo a Vienna. Un esempio di quanto sia opportuno il godimento estetico ravvicinato offerto dalla vicinanza.

Nel restauro questo valore appartiene alla cultura ormai secolare nata con la fondazione dell’Istituto Centrale del Restauro, tuttavia un conto è osservare una tela restaurata da vicino, e altra cosa è guardare da 12 metri un affresco. Anche l’innovativa tecnica della stampa 3D e i vantaggi che essa offre al comparto dei Beni Culturali, non avrebbe senso adottarla con rigore dogmatico; la storia dell’arte ci insegna che le innovazioni sono sempre frutto della sperimentazione.

Per il conseguimento estetico quanto più vicino all’aspetto originario, tramite un’attenta integrazione nel ritocco pittorico si è deciso di recuperare alcuni elementi della decorazione andati perduti nel tempo.

La visione finale introduce una restituzione dell’ambiente architettonico adeguatamente ai valori di riferimento della decorazione; lo scopo principale non è solo la ricomprensione del manufatto alla luce delle novità riemerse ma anche la difesa dei valori cromatici che i primi artefici avevano predisposto attorno al valore materico capofila: il cotto lombardo.

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